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Tenersi occupati

Ho da sempre un’avversione per uffici pubblici e moduli da compilare, tale da rasentare il patologico. Quando ho davanti a me, per esempio, il modulo per un vaglia, le mani tremano, comincio a sudare freddo, la sensazione più netta che mi accompagna è di aver improvvisamente dimenticato come si scrive. A completare il tutto ci si mette l’assoluta incapacità di portare con me una penna. Questa premessa è d’obbligo per comprendere pienamente l’entità dello stress che questa mattinata mi ha provocato.

Mi alzo presto, devo andare alla posta, qui vicino, per spedire un vaglia. La notte prima ho dormito male, come sempre quando so che dovrò avere a che fare con file, moduli, persone intolleranti e suscettibili. Esco controvoglia, con la sensazione di essere legata al portone di casa con un guinzaglio corto, e di doverlo allungare con estrema fatica, passo dopo passo. Arrivo a destinazione e già un discreto numero di persone è stipato lì dentro. Questo mi solleva, perché contrariamente alla maggioranza della gente, io ho bisogno che ci sia un po’ di fila, perché mi aiuta ad abituarmi all’idea, a compilare il modulo con la possibilità di rileggere i campi diverse volte, e di rifarlo e rifarlo quando puntualmente sbaglio la mia data di nascita o come si scrive il mio nome. Diligentemente prendo il numero, e sono sorprendentemente fortunata: Prima di me ci sono giusto una ventina di persone. Doppia fortuna, al tavolinetto dove si compilano i moduli trovo già quello per il vaglia, cosa che succede, credo, una volta su cento. Solo quando ho il modulo in mano, mi rendo conto di avere, manco a dirlo, dimenticato la penna. Impreco tra me e me e mi guardo intorno per individuare la persona giusta a cui chiedere. Per una persona come me, che riduce le sue interazioni all’osso, è fondamentale trovare il tipo giusto a cui fare richieste, soprattutto se si tratta di sconosciuti che dovranno farmi una cortesia. Dopo qualche minuto scelgo una donna di mezza età, capelli corti, aspetto pulito ed ordinato, aria sveglia. Le domando se ha una penna da prestarmi, mi sorride e mi porge la sua. Capisco di aver scelto bene: è una penna a punta larga, con un pulsantino per accendere una lucina azzurra. Un’unica pecca: E’ blu, e io detesto scrivere con le penne blu. Mi rassegno e inizio a scrivere. Nome e cognome: Ok. Indirizzo: ok. Importo: ci siamo. Arriva poi la voce che mi irrita di più in assoluto, ovvero Importo in lettere. A fatica arrivo fino in fondo,e  nel frattempo vicino a me si consuma il linciaggio di una signora ultraottantenne che ha la colpa, vista l’età, di recarsi alla posta una volta al mese con una serie infinita di bollette e conti da pagare. L’accusa è quella di rallentare la fila. Volano parole grosse, un’altra signora anziana la minaccia di ricorrere alle mani, se non si sbriga. Una donna urla all’impiegata di mandarla via, come se fosse un ordine. Al comprensibile rifiuto dell’impiegata di rimandare a casa la cara vecchietta senza averle fatto pagare tutti i suoi conti, interviene un uomo di mezz’età, napoletano, che urla che questo è contro la legge. Commento ad alta voce con una ragazza che ha un’espressione basita almeno quanto quella che devo avere io che è assurdo pretendere che una signora anziana che ha fatto la fila come tutti se ne torni a casa senza aver fatto tutto quello che doveva fare, e la donna che gridava ora grida contro di me. Alzo le spalle, rido e le dico di darsi una calmata. Smette di parlare CON me ma continua a parlare di ME con se stessa, cercando l’approvazione dalle persone intorno che però la ignorano imbarazzati. Cerco con lo sguardo un posto comodo per aspettare, e intanto entra trafelato un ragazzo che avrà poco più della mia età. Comincia a chiedere se qualcuno può farlo passare avanti, che deve pagare urgentemente una cosa per sua madre e correre all’ospedale dalla sua fidanzata che a quanto pare partorirà tra breve. Nel frattempo continua a ricevere telefonate di lei, dei suoi genitori, di non so chi altro, e ripete “sì, arrivo, sta tranquilla, arrivo subito, sono vicino”. Nessuno risponde, nessuno sembra disposto a cedere il suo numeretto. Mi faccio avanti, invero, più per leggere l’espressione di rabbia della donna che mi ha urlato contro quando si renderà conto che il ragazzo, appena arrivato, passerà davanti anche a lei, visto che il mio turno arriva ben 4 numeri prima del suo, che ho sbirciato poco prima. Il ragazzo mi ringrazia nemmeno avessi fatto nascere io il suo primogenito, e dopo poco viene chiamato, paga e corre via, non senza avermi ringraziato di nuovo, e non senza, come previsto, avermi regalato un buono omaggio per diverse maledizioni. Nel frattempo si libera un posto a sedere, mi avvio spedita alla poltroncina di legno, ed in quel mentre vengo placcata da un ragazzo indiano che mi chiede se posso compilargli alcuni moduli. Accetto. Ho restituito la penna con lucetta alla signora di prima, ma il ragazzo ha una sua penna, ed è anche nera, quindi tutto sembra volgere al meglio. Metà delle persone nella stanza mi odia, un paio di vecchietti guardano di sottecchi i miei tatuaggi facendo commenti, ho fatto la mia buona azione quotidiana scambiando il biglietto con un ragazzo che sta per diventare padre allungando la mia permanenza di almeno mezz’ora, e sto compilando un modulo con una penna nera. Ogni volta che finisco di compilare un modulo, il ragazzo mi blocca e me ne porge un altro, e il suo tono è piuttosto autoritario. La gag fa ridere tanto me quanto quelli che mi stanno intorno, e quasi mi dispiace quando mi dice solennemente “questo è l’ultimo”. Lo saluto e mi dirigo verso il posto che avevo puntato, miracolosamente ancora libero. Spinta da un riscoperto altruismo comincio a dare consigli alle persone che non sanno che bigliettino scegliere, a rispondere cordialmente alle domande sui miei tatuaggi, a conversare con un vecchietto su tutte le volte in cui è stato in ospedale in vita sua e perché.  Dopo una decina di minuti lascio il posto ad una signora con stampella, invidiandola un po’ per il suo diritto inalienabile ad avere un posto a sedere. Sono di nuovo stanca, l’olfatto si è svegliato sbattendo in faccia al mio cervello (ma il mio cervello ha una faccia? E se sì che faccia ha?) una puzza d’umanità eterogenea e piuttosto importante. Comincio a cedere, ad innervosirmi, e proprio quando sto per raggiungere il limite della sopportazione il numero che corrisponde al mio bigliettino lampeggia sulla testa di un’impiegata dalla faccia gentile. Consegno il modulo con un’ansia che mi stritola lo stomaco, certa di aver sbagliato qualcosa, come sempre. Infatti l’impiegata mi fa notare che ho dimenticato il codice fiscale. Mi faccio da parte per cercarlo e scriverlo (dopo essermi fatta prestare la penna da lei, naturalmente) e le dico che se vuole può chiamare il numero successivo, mentre lo faccio. Si fanno avanti due vecchietti. Tempo che impiego io per scrivere il codice fiscale: 20 secondi. Tempo che impiegano i vecchietti a fare quello che devono fare: 22 minuti. Sento la moglie lamentarsi col marito perché sono troppo vicina e potrei dunque farmi gli affari loro. MI faccio più indietro. Chiudo gli occhi e cerco di raggiungere il mio posto felice, o quello di qualcun altro, un posto felice qualunque, ma anche un posto non felice, un altro posto, semplicemente. Dopo 22 minuti è di nuovo il mio turno, stavolta il modulo va bene, pago, l’impiegata mi sgrida perché non ho spiccioli, mi scuso, esco, e fuori ha iniziato a piovere. Non corro, non cerco balconi sotto i quali ripararmi, perché la mia vita oggi ha deciso che deve andare così, e sono solo le undici. Cammino piano, godendomi questa serie di piccoli sfortunati eventi che hanno il solo compito di ricordarmi che sono viva e che questo non è necessariamente un bene, e mi avvio verso casa. Strada in salita, naturalmente.

cielogrigio

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