Noi che vogliamo essere allievi di tutti, maestri di tutti, e di tutti amanti.

Archivio per febbraio, 2013

Parole tra noi

Non scegliamo cosa essere, né cosa diventare. Se chi pensa il contrario potesse vivere nei miei panni per un giorno mi darebbe ragione. Non scegliamo cosa essere, scegliamo se soccombere o sopravvivere a ciò che siamo. Scegliamo di mascherarci da qualcosa di più abbordabile, comprensibile, vincente. Scegliamo di evolverci, ma questo non significa automaticamente che ci riusciremo. E dal momento che ciò che siamo condiziona irrimediabilmente le nostre scelte, i nostri rapporti, la nostra intera esistenza, non scegliamo  nemmeno loro. Per questo non ho alcuna fiducia verso chi sceglie di cambiare, a prescindere che il suo coinvolgimento di esserne in grano possa essere reale o meno. Non ho nessuna fiducia nemmeno verso di me, quando mi dico “cambierò”. Al “rò” so già che non sarà possibile. So che presto o tardi inciamperò rovinosamente sulla vecchia me stessa , e questo perché, per quanto mi sforzi di cambiare, io sono una che inciampa un sacco. La vecchia me stessa incasserà il colpo, perché io incasso bene, e si lamenterà, perché sono bravissima con le lamentele. Io intavolerò una polemica, come solo io so fare, sul perché dovesse trovarsi sulla mia strada proprio mentre cercavo di evitarla. Me stessa ribadirà, con la mordace risposta pronta che mi contraddistingue, che uno non diventa cieco solo perché chiude gli occhi, che le foglie non cadono quando lo decide l’albero, che, parafrasando qualcuno, ciò che non spunta naturalmente come l’erba al sole, è meglio che non spunti affatto.

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La sindrome dell’elefante sulla schiena.

Una mattina mi sono svegliata e non riuscivo a muovermi. Qualcosa di pesante mi schiacciava al materasso. Sono rimasta per un po’ immobile, in ascolto, ma di alzarsi non c’era verso. E’ passato così un giorno, è arrivata la notte, e così via. E’ così che si scopre la sindrome dell’alieno. Cose che per gli altri sono addirittura banali, cose come per esempio alzarsi dal letto ed arrivare in fondo alla giornata, per te sono insostenibili. Da ordinare il caffé al bar, a ballare in pista, a mangiare il gelato come una di 30 anni e non come una di 5. Camminare senza inciampare, parlare in pubblico, far valere le proprie ragioni con chi ti supera nella fila.Semplicemente il mondo è troppo grande, pieno di persone piene a loro volta di cose piene di rumori e tu non ce la fai a viverci dentro, non trovi il tuo spazietto. Io non lo so cosa significhi avere il proprio spazietto, certo deve essere una bella sensazione. Non provare vergogna per il solo fatto di essere al mondo ed essere nello stesso tempo assolutamente incapace di evitare di inciampare ogni 4/7 passi.Deve essere piacevole andare al bar, entrare ed ordinare un caffé come se ti spettasse solo perché hai un euro da offrire in cambio e sei disposto anche a lasciare sul bancone i 20 centesimi di resto.Così, semplicemente, senza che la voce venga a mancarti o che ti dimentichi come si formulano le parole. Il mondo è dipersone fatte di niente e tenute insieme solo dalla forza di volontà, e di persone che rinunciano alla propria identità, al proprio essere, in favore dell’essere, di volta in volta, ciò che ritengono opportuno, esattamente come Calvino lo divide nel suo cavaliere inesistente..Io li guardo col naso incollato alla finestra, perché, non potete negarlo, alla giusta distanza tutto è bello. Lo so, dovrei vivere, scontrarmi col male, abbracciare il bene, scatenarmi nella pista vuota, mangiare il gelato, sporcarmi e riderne. Dovrei osare, tentare, lanciarmi, scalciare, sgomitare, buttarmi avanti, ammiccare, tapparmi il naso, sfondare, non prendermi troppo sul serio, ma avere fiducia nelle mie capacità. Dovrei, ma questo materasso non mi lascia andare, e da qui sembra bella anche la pioggia.