Noi che vogliamo essere allievi di tutti, maestri di tutti, e di tutti amanti.

Archivio per settembre, 2012

Proteggimi le mani

Ciao G.
Da poco sono scoccati i sei anni dall’ultima volta che ci siamo visti. Sei anni. Sarebbe come a dire tanti mesi, tantissimi giorni, un’infinità di ore, minuti, secondi. È stato strano passarli senza te nella mia vita. Prima c’è stato il dolore, forte, quasi insopportabile, fisico, addirittura. Poi i rimpianti, i brutti sogni, il rifiuto categorico di vivere in una realtà che non prevedesse la tua presenza. Se mi metto a pensare a tutto quello che è cambiato da quando sei andato via, la sensazione è di aver vissuto due vite, una di cui facevi parte anche tu, un’altra in cui ho dovuto imparare a fare senza di te. Non è facile. Io non so stare al mondo. Tutto mi tocca, tutto mi ferisce. Tutto mi spaventa. Tu lo sapevi, lo capivi, perché eri come me. Una cosa che mi spaventa è dimenticare, cancellarti, poco a poco, imparare a vivere come se tu non ci fossi mai stato. Così mi sforzo di ricordare la tua voce, e particolari, ancora. Le tue mani così simili alle mie. Gli occhi, il tatuaggio sul braccio. I piedi curati, l’odore dei vestiti nel cassetto. Il naso che ti restava incastrato sul bordo del bicchiere da prosecco ad ogni brindisi, e come ti faceva ridere. Il dolore più acuto, quello che non mi lascia mai stare, riguarda tutto ciò che ti sei perso, ti stai perdendo, ti perderai di me. Le cose che avremmo potuto fare insieme, ora che ho 28 anni, ora che saremmo stati due adulti. I posti che avresti voluto vedere, i libri che avresti potuto leggere. Le partite con Alessandro e Giulio, Naboo, il mio primo spettacolo da protagonista. Tutti i miei tatuaggi, i nuovi gruppi, il concerto di Battiato. I videoclip che giro, la mia costante paura di restare immobile e fallire ugualmente. Ma anche le giornate in cui sono così felice che il cuore sembra gonfiarsi nel mio petto in attesa di scoppiare, quelle che conosci anche tu, in cui non dovevi preoccuparti per me, in cui ti facevo ridere. E che tu non possa vivere tutto questo è per me un’ingiustizia insopportabile. È difficile spiegare cosa significa aver paura di dimenticare quando le persone intorno a me pensano che sarebbe meglio se lo facessi, se arrivassi, un giorno, a non piangere più solo perché il pensiero di te mi ha attraversato la testa come un treno e non si è fermato abbastanza a lungo. Io invece voglio tenerti stretto, come se ci fossimo salutati appena ieri, come se fossi stata l’ennesima figlia che cresce ed a cui è difficile rinunciare, e questa fosse l’unica vera separazione da sopportare. Vorrei che il nostro ultimo abbraccio fosse stato straziante solo per il pensiero di non dormire più sotto lo stesso tetto. Vorrei averti potuto dire “dai papà, è solo fino a domani” e pensare, dentro di me, che tutto era troppo melodrammatico. Vorrei aver avuto la possibilità di non capire il dolore della separazione, e vorrei dovermi ancora preoccupare del fatto che tra poco sarà di nuovo il tuo compleanno e io devo trovare, ancora una volta, qualcosa da scrivere sul biglietto di auguri. Manchi, e non passa. Non passerà perché io non permetterò che succeda.

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