Noi che vogliamo essere allievi di tutti, maestri di tutti, e di tutti amanti.

Archivio per luglio, 2012

A dar fosforo all’aria

La sala d’attesa di un ospedale è un posto che conosco. Ci si concentrano le umanità più diverse, e l’unica cosa che le accomuna è l’attesa, appunto. Di buone o cattive notizie, di nascita o di morte, di tornare alla normalità o salutarla per sempre. Per questo, già che attendere è qualcosa di sgradevole per tutti, è necessario che ci sia un buon odore, che le sedie siano confortevoli e i pavimenti puliti, invitanti per camminare nervosamente avanti e indietro. E’ nelle sale d’attesa che le persone, prese dall’attività di attendere, si dimenticano le maschere con cui sono arrivate, ed è qui allora che puoi vederle per come realmente sono, leggere gli occhi che non nascondono più la paura, l’ansia, l’impazienza, ma le spiattellano senza pudore alcuno. Le mogli e i mariti si dimenticano di odiarsi e tornano a dimostrarsi un affetto tenero, rimesso a nuovo per l’occasione. E soprattutto, ognuno nell’attesa è completamente solo. Un’isola di viscere e impulsi nervosi. Te ne accorgi non appena incroci uno sguardo per caso. E’ importante, nelle sale d’attesa, che ci siano enormi finestre, perché sarebbe consigliabile, di tanto in tanto, affacciarsi per riprendere il contatto con la vita fuori, col tempo che cambia e il sole che sale o scende, perché nelle sale d’attesa tutto è fermo fino al momento in cui si verifica quello che stiamo aspettando. Alcune sono piccole e sovraffollate, e allora sei costretto ad essere solo soltanto dentro, mentre fuori sei appiccicato a qualche sconosciuto e puoi solo sperare che non abbia un cattivo odore, non sudi troppo, e che la sua attesa termini in fretta, anche prima della tua. C’è qualcosa di solenne in queste stanze, anche in quelle più vecchie, con le sedie consumate dai culi di migliaia di persone, e le mura con l’intonaco che viene giù. Già il nome è solenne, una stanza che ha la precisa funzione di accogliere gente che aspetta, c’è qualcosa di più formale e nello stesso tempo intimo?Una volta sono stata nella sala d’attesa del reparto comatosi, e le pareti erano strapieni di messaggi delle persone che passavano ore ad aspettare e sperare che la loro persona si risvegliasse. Una mi colpii in modo particolare. “Vieni a conoscere Sara, svegliati e vieni a conoscere tua figlia, amore”. Questo mi aveva disturbato per qualche ora,il fatto di tutte quelle parole ammucchiate, di tutte quelle storie che si incastravano e a volte si sovrapponevano, al pennarello che inevitabilmente attirava l’attenzione più della matita e allora era come se una storia gridasse più di un’altra. Anche le pareti della sala d’attesa delle sale parto sono sempre piene di scritte che fanno sapere a tutti che quel giorno qualcuno è venuto al mondo. Questo crea un altro tipo di emozione, naturalmente, e vorresti sapere dove sono e che fanno, adesso, tutti quei bambini. La sala d’attesa in cui sono ora è vuota, ogni tanto qualcuno passa, ma solo i preti e le suore salutano, come se l’educazione estrema faccia parte di un codice preciso( forse è cosí.). Le sedie sono di plastica lucida, di un bel bordeaux, e ogni tanto passa un po’d’aria ed è come se volesse svegliarmi dal torpore a cui mi lascio sempre andare quando mi accomodo su una di queste sedie. C’è un odore forte di detersivo. Il mal di testa sta passando, e aspetto qualcuno che aspetta di dare forse l’ultimo saluto a qualcun altro. Questo mi fa sentire inadeguata proprio perché conosco quella famosa solitudine. Per cui cerco di essere silenziosa e discreta quanto più è possibile. Conto i girasoli del brutto quadro davanti a me, che sono nove e sembrano sospesi in cielo. E aspetto, perché non c’è altro che si possa fare, in un posto come questo. Ho un libro nella borsa, ma lo lascio dov’è, perchè leggere per ingannare il tempo in una sala d’attesa è un po’ come barare con qualcuno che se ne è accorto ma te lo lascia fare lo stesso.

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Vivere oggi, ricordare ieri, sognare domani

Quando ero bambina avevo un amico. Avevamo la stessa etá e i nostri genitori erano amici da sempre. Lui aveva una piscina e d’estate passavo lì la maggior parte delle mie giornate. Salvavamo gli insetti che cadevano in acqua. A lui non importava, credo, ma sembrava che la cosa mi stesse molto a cuore, quindi si prodigava in questi salvataggi con l’impegno dell’uomo del montenegro, solo con meno alcol in corpo. Siamo cresciuti insieme. In senso stretto. Non ci frequentavamo anche per mesi, ma io ero presente quando, uscito dalla piscina, ebbe la prima erezione e se ne spaventó. Una volta mio padre mi sgridó a cena, e lui ridusse in mille pezzettini tutti i piatti e i bicchieri che c’erano a tavola con una mazza da baseball perché non sopportava che mi facessero piangere. Subiva le mie prime velleità registiche quando a otto anni pretendevo che lui e le nostre sorelle indossassero costumi di carnevali passati e recitassero drammi di mia creazione. Eravamo insieme, bocca aperta e occhi sgranati davanti alla tv quando hanno sparato a carlo giuliani. Ogni volta che viene fuori l’argomento g8 non posso fare a meno di andare con la mente a quel silenzio, ai miei capelli bagnati che si raffreddavano sulle spalle e sgocciolavano sulla schiena e sul letto, e a lui che con un’espressione severa mi si mostrava per la prima volta adulto e perplesso. Ho festeggiato con lui in giro per roma il capodanno del 1999, il mio primo capodanno da grande. Quando il mio primo vero ragazzo mi lasció mi portó fuori a passeggiare, Roma era meravigliosa, pioveva e mi tenne l’ombrello, e ci tenevamo a braccetto scherzando sul fatto che potevamo sembrare una coppia di anziani. Ora che vive in spagna, che è scappato da una famiglia che non gli assomigliava, che non ci sentiamo praticamente mai e che tutto quello che so di lui lo leggo tra le righe guardando le sue espressioni nelle poche foto su facebook penso che è stato probabilmente il primo amico della mia vita, e saperlo è inspiegabilmente rassicurante. A volte vorrei dirglielo. Magari una volta o l’altra lo faccio davvero.