Noi che vogliamo essere allievi di tutti, maestri di tutti, e di tutti amanti.

Archivio per ottobre, 2010

Retribuzione? Non grazie, ci mancherebbe.

Ecco cosa succede:

Vengo chiamata a lavorare come aiuto regia per il pilota di una trasmissione “talk-kitchen”, vale a dire un ibrido in cui con la scusa di preparare ed insegnare al pubblico una ricetta un personaggio famoso o quasi ne intervista un altro famoso o quasi che lo aiuta a cucinare.

Naturalmente, mi viene detto, non è prevista retribuzione, ma fa niente, fai esperienza e poi se qualcuno comprerà questo pilota sarai tu a lavorarci.

Accetto con discreto entusiasmo.

Partecipo alle riunioni con interesse, ascolto, osservo com’è che si fa a tavolino, questo lavoro.

Mi alzo alle cinque il giorno delle riprese, arrivo sul posto, e lavoro senza sosta (fatta eccezione per la pausa pranzo) per circa dodici ore di fila, compreso risistemare e ripulire la casa che abbiamo usato per il set e per cui, a quanto pare, i soldi c’erano.

Nessuno percepisce un guadagno da questo pilota, ma la mia impressione è che alcuni di noi ne avrebbero più bisogno di altri. In questo caso operatori, aiuti vari, assistenti di produzione.

La “manovalanza” insomma. La stessa manovalanza, penso, senza la quale sarebbe stato molto molto difficile realizzare questo pilota.

Altro giro, altro set.

Stavolta mi trovo sul set di un film (wow, un vero film!).

Mi si parla di due mesi di preparazione per tre settimane di set.

Naturalmente la preparazione non è retribuita e il set è pagato il minimo sindacale (150 euro a settimana).

Stavolta a me è andata meglio che ad altri. Stagisti e attori non sono retribuiti, io sono quella, in quanto assistente alla regia, che ha il compito di raccontare cazzate agli attori per convincerli che lavorare senza essere pagati non solo è gratificante, ma è quasi giusto.

In fondo questo film sarà (tadaaaan) distribuito al cinema e dunque “avrai una certa visibilità!”.

Tappandomi il naso decido di mettere da parte i buoni sentimenti e per la filosofia “meglio-a-lui-che-a-me” mi butto con entusiasmo a fare il mio lavoro, di circa dodici ore al giorno, per due mesi. Nonostante sia tutto gratis ogni mattina arrivo a cinecittà con un sorriso da orecchio a orecchio, e caspita, non è questo che conta?

Dopo due mesi, a due giorni dall’inizio della prima settimana di set, e dunque anche del PRIMO SETTIMANALE, il regista viene arrestato, il film bloccato, e tutti a casa arrivederci e grazie.

Mi viene da piangere, e credetemi, in quel momento i soldi sono l’ultimo dei miei pensieri.

 

Ricordate il pilota di cui sopra? Ebbene, circa due mesi dopo vengo contattata dalla società che si era fatta carico del progetto per assistere il regista nel montaggio.

Naturalmente non è prevista retribuzione, e Naturalmente mi chiamano solo il giorno prima, dicendomi “domani devi presentarti a questo indirizzo alla tal ora”.

E come faccio? Sono mesi che proprio quel giorno ho un appuntamento importantissimo con un notaio. Del resto, se comincio a dire di no anche quando mi chiamano, nessuno lo farà più. Il direttore della fotografia, che mi ha contattata, insiste molto su questo punto.

Quindi parto, viaggio andata e ritorno per quasi 4 ore nel traffico della Nomentana, e con la modica cifra di 50 euro faccio un atto di delega a mia madre.

Totale spesa: 80.00 euro. Soldi che non potevo permettermi di spendere, ma ben spesi, mi dico.

La mattina dopo puntualissima sono sul luogo dell’appuntamento.

Aspetto.

Aspetto.

Chiedo se è possibile chiamare il regista.

Quest’ultimo comunica (ad altri) che avendo all’ultimo momento il direttore della fotografia deciso di non essere al lavoro quel giorno, lui che viene a fare? E quindi è tutto rimandato arrivederci e grazie. Mi incazzo, strillo un po’ e sotto pressioni varie il regista decide di concedermi udienza. Parcheggia sotto gli uffici, e mentre qualcuno controlla che non gli facciano la multa, sale, dà un’occhiata al girato (dieci minuti per visionare 10 ore di girato circa) e poi dice che si monterà la prossima settimana e se ne va.

Risultato: nessuno mi ricontatta per assistere al montaggio, e io sono al punto di partenza. Meno 80.00 euro.

Partecipo al corto di un’amica.

Naturalmente non è prevista retribuzione. Poco male, se c’è un lavoro che farei volentieri gratis, è quello di aiutare lei a realizzare il suo corto.

Le chiedo ingenuamente come fa a fare un corto senza soldi. Mi risponde che è una questione di favori. Tu lavori gratis per me e io lo faccio per te la volta successiva.

Mi fa tenerezza.

Rifletto sul fatto che noi giovani attori, aspiranti registi, operatori,scenografi, abbiamo così bisogno, così disperatamente voglia di fare questo lavoro, che lo abbiamo trasformato in un sistema di DO UT DES.

Ci siamo arrangiati, riorganizzati, affinché nonostante le medie e grandi produzioni ci snobbino, possiamo comunque fare ciò per cui abbiamo faticato tanto senza contare su di loro. Cinema Indipendente, lo chiamano.

E’ bello. E’ poetico.

Solo che porta inevitabilmente a trovarsi di continuo senza soldi, e nonostante lavorare in uno spettacolo teatrale o su un set di un corto, o alla preparazione di entrambi porti via molto (aiutatemi a dire molto) tempo e molto denaro,certamente più tempo e denaro di qualunque altro lavoro medio, nonostante in molti casi hai studiato molto, anni, per fare quello che fai, bisogna trovarsi un VERO mestiere

. E cascare così nella rete di chi ti chiede “che lavoro fai?” e quando rispondi ad esempio“l’attore” ribatte o “in che fiction?” o “e che lavoro VERO fai?”.

Ed ecco che sfilano davanti a me attori-camerieri, aiuto registi- barman, assistenti di produzione-commesse e, nei casi in cui si è anche dotati di discreto fascino, attrici-modelle, fotomodelle e così via.

Nei casi più fortunati, si è costretti, a 25, 26, anche 30 anni a chiedere una mano, una sostanziosa mano ai propri genitori.

Nei meno fortunati, in cui bisogna lavorare per vivere, l’unica cosa che ti vedevi davvero a fare, l’unico lavoro che amavi, per cui ti sentivi portato, per cui avresti fatto QUASI qualunque cosa si riduce presto ad Hobby, per poi essere abbandonato definitivamente.

Ora, non è certamente la rivoluzione che voglio fare con questo racconto sfigato di vita vissuta, solo focalizzare l’attenzione su un problema che si sta allargando a macchia d’olio, su un atteggiamento che, nel momento in cui è giustificato e sacrosanto nel caso di un’aspirante regista di 20 anni che vuole ad ogni costo realizzare il suo corto, non lo è nel caso di qualunque progetto dietro il quale ci sia una produzione, anche minuscola. La mia idea sarebbe “se non hai i soldi per farlo, allora non lo fai”, ma so che sarebbe troppo bello, e che per quanti si rifiuteranno di lavorare senza avere ALMENO un rimborso spese, ce ne saranno tanti altri, che ne hanno la possibilità, che saranno disposti a farlo. Solo riflettete su questo:

Due settimane fa sono stata contattata per fare la comparsa su BORIS-il film.

NATURALMENTE NON ERA PREVISTA RETRIBUZIONE.

Ragazzi, se non è auto-ironia, questa.

 

Che non ne valesse la pena già lo sapevo.

Mi si dice che bisogna sempre ricordarsi di aggiornare il proprio blog. E dunque, caro blog, ti aggiorno.

 

Il mondo fa sempre schifo, il papa preferisce condannare l’aborto rispetto alla pedofilia, che è un po’ come prendere a calci uno perché ha fame e mostrare comprensione per Albert Fish.

 

Ma lui e tutto il suo cucuzzaro sono pure convinti che con l’arrivo della ru486 porterà ad ammucchiate libere da qualunque protezione e che le donne organizzeranno party dell’aborto di massa ogni fine settimana. Insomma, sarebbe bello, ma dubito che andrà a finire proprio così.

 

Peccato, perché pensavo di lanciarmi nella produzione e vendita di biglietti “auguri per il tuo aborto!” “oggi è la tua festa di aborto, mangia per tutti i chili che avresti potuto prendere” e ” aborto together, friends forever” e di striscioni colorati “RU486, CHE GRAN FIGATA!”.

 

Una breve pausa per una risata di cuore:

 

AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAAHAHAHAHAHAHAHAHAH. Se fosse vero che sbagliando si impara, molte delle persone che conosco a questo punto si ritroverebbero geni fatti e finiti. Beh, indovinate un po’? Non è così.

 

 

Mh..che altro..

 

Ah sì.

 

Da qualche giorno sono completamente assorta in un dubbio amletico. Perché una donna dovrebbe investire tutte le sue energie per battere il record di “scorpione tenuto più a lungo in bocca”? Si accettano ipotesi.

Post fiacco? Chiedo venia, sono troppo presa dalla lettura del sito http://www.incontraregesu.it . Consiglio vivamente la sezione “testimonianze di personaggi famosi”. Insomma, oh, a me proprio non andava di aggiornare, ma il maledetto senso del dovere ha preso il sopravvento.

 

 

cIà

 

 

disambiguazione

RAPPORTO ANALE:

 

Se non sapete come tirarvi indietro, ricordategli che l’ano è stato creato perché gli stronzi possano uscire, non per farli entrare.

 

vi dico un segreto.

Fingere bene probabilmente ferisce meno che amare male.

 

E’ questione di scelte.

 

Al lavoro, Cenerella!

Desidero prima di tutto omaggiare le persone che ogni giorno si prodigano nello scrivere etichette tanto dettagliate sui detersivi e i saponi,così che io possa leggerle mentre faccio la cacca quando ad un braccio di distanza (un braccio e mezzo se mi sporgo dal water quanto possibile)non trovo nemmeno l’ultimo numero di “Intimità” di mia nonna. Siete la salvezza di tanti stitici, forza ragazzi!

Dopo di che, potete lamentarvi quanto vi pare per il nobel ad Obama, ma certamente qualcuno dovrebbe premiarlo per possedere il più bel culo presidenziale della storia del mondo.

Una donna può fare tutto come e meglio di un uomo, tranne cambiare i lampadari pesantissimi di casa (questo è un messaggio preciso ad una persona precisa)

Non angosciarti se tutto sta andando male, perché improvvisamente , quando meno te lo aspetti, quando hai ormai perso ogni speranza, ne arriverà una che ti farà apprezzare tutte le precedenti.

Detto questo vi lascio, anche perché il mio gatto soffre di bisogno compulsivo di dormire sulla tastiera, rendendomi assai ardua l’impresa di digitare le lettere al centro di essa (per fortuna è di dimensioni contenute. La gatta dico, mica la tastiera.)

 

ci piace ricordarlo così.

Dio c’era. Forse.

C’è un sacco di gente disposta a fare il lavoro sporco senza ricavarne alcun guadagno:

gruppo PREGHIAMO PER LE PERSONE CHE BESTEMMIANO: 777 iscritti.

tra cui lui:

antibestemmiatore

 

e lui:

bah

Beh. Io da stanotte dormirò sonni tranquilli.

ps: il blog si prende una lunga (credo) vacanza. Causa inconcludenza compulsiva. Fatibbravi.

acCozzAglia

Billy Ballo in manette per aver circuito una tredicenne. Unica dichiarazione rilasciata dall’accusato :
“Volevo solo diventare presidente del consiglio”

Costernato, Maccio Capatonda afferma in un’intervista :
“Il suo amore per la musica aveva fatto crescere in lui la strana fissazione di voler emulare Jerry Lee Lewis”

Intanto la tredicenne in questione, sconvolta, si è gettata anima e corpo sugli studi.
“Voglio diventare qualcuno contando solo sulle mie forze”.
Pare stia imparando a dire “papi” in tredici lingue diverse.

Riguardo l’incresciosa vicenda, il Premier, indignato, dichiara:
“E’ uno scandalo che questa persona abbia avuto la possibilità di frequentare indisturbato una tredicenne: Io dov’ero? ”

Secondo fonti piuttosto attendibili pare che Noemi Letizia, venuta a conoscenza dei fatti,  abbia fatto richiesta di pensionamento.

Cambiamo decisamente argomento:
Sono tormentata da giorni e giorni da un quesito a mio parere di fondamentale importanza:
In quanti film d’amore è stato pronunciato lo scambio di battute “Sei pazzo!” “Sì, sono pazzo di te”?
Astenersi perditempo.

Vi lascio con la petizione contro il ripristino delle mezze stagioni.

La vostra gioiosa amante del caldo torrido.

In breve

Hermann Hesse sostiene che “possiamo comprenderci l’un l’altro, ma ognuno può interpretare soltanto se stesso” .
Ciò significa che, anche impegnandomi, non potrò mai interpretare un adepto della CHIESA DI GESU’ DEI SANTI DEGLI ULTIMI GIORNI.
Il che, se permettete, è consolante almeno quanto scoprire che cambiano le mode, passano gli anni, tornano le mezze stagioni, ma la sigla di novantesimo minuto è sempre la stessa.

Perchè ho deciso di non donare nemmeno un euro per le vittime del terremoto.

Riporto qui l’articolo scritto da Giacomo di Girolamo. Lo faccio perché sono fermamente convinta che il livello di apprensione, compassione , coinvolgimento per le tragedie altrui non possano riassumersi in un euro donato via sms. E perché in questo articolo è ben riportato tutto il mio sdegno per l’ennesimo dramma evitabile su cui i nostri politici camminano ben attenti a sporcarsi le scarpe di polvere, che sono tanti voti regalati in più.

“MA IO PER IL TERREMOTO NON DO NEMMENO UN EURO…”

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera. Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo. Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.

C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?

Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.

Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa? A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.

Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata. Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.

Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.

Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.

Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.

Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.

Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.

Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.

E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.